Io lo conoscevo bene (*) : “Quando l’allievo è pronto, il maestro arriva” (detto buddista)

Edoardo ci ha lasciato, la “comare secca” se l’è portato via in una fredda e triste giornata di novembre, l’ho scoperto, come molti amici e colleghi, per caso. Se n’è andato con discrezione e pudore, come del resto ha vissuto l’intera sua vita famigliare e professionale.
Nulla, nonostante la lotta quotidiana con “l’intruso”, lasciava presagire la fine imminente, ricordo la nostra lunga e come sempre appassionata telefonata settimanale, la sua voce ancora forte e decisa nell’argomentare e analizzare, come sempre con puntiglio e sagacia, la situazione politica e professionale e prefigurare i possibili scenari futuri, a suo dire sempre più foschi e carichi di presagi negativi, ma con lampi di improvviso entusiasmo per il nuovo governo giallo-verde a suo dire, orientato in futuro ad invertire la rotta, e scegliere Keynes, gli investimenti in opere pubbliche e non il liberismo più sfrenato imperante.

Per inciso, egli aveva approfondito in questi ultimi anni i temi di carattere economico e sociale che sottendono le scelte strategiche della politica e dell’economia, come sempre decisive per i nostro quotidiano operare nel mondo.
Il suo studiare “matto e disperatissimo”, il suo nuovo ruolo di Maieuta dei processi economici europei e di appassionato divulgatore nei confronti dei colleghi, spesso restii ad affrontare i temi economici, ritenuti a torto, solo noiosi e destinati a pochi esperti.

E poi mi piace ricordare il suo grande entusiasmo da neofita per l’utilizzo dei social, la sua costante, precisa e a volte insistente presenza sulla pagina di Architetti Liberi Professionisti. La sua indomita necessità di comunicare e stimolare i colleghi sui temi a noi cari dell’attività professionale e non solo, le riflessioni sulla Polis ma anche sull’architettura e la città.
Perché Edoardo, lo voglio ricordare ai molti che non hanno avuto il piacere di conoscerlo, è stato un grande collega. La sua vita professionale è stata lunga, appassionata e ricca di episodi significativi.

Ha attraversato da protagonista insieme ai colleghi Andrea Mascardi, scomparso da tempo, e Valter Mazzella, uniti sotto lo stesso tetto disciplinare di Libidarch associati: la rivolta sessantottina, i fermenti della sperimentazione e dell’innovazione teorica dell’architettura e del design radicale, di cui fu protagonista con i compagni di studio, insieme ad altri importanti attori della scena torinese di quei tumultuosi e per certi versi irripetibili anni ruggenti: Franco Audrito fondatore e animatore di “studio 65”; Derossi ,Rosso e Ceretti, Drocco e Mello; Piero Gilardi sui fronti dell’arte e dell’impegno sociale.

L’amicizia e le collaborazioni con Alessandro Mendini, con il quale Libidarch parteciperà in seguito a diversi concorsi internazionali, tra i quali: lo stadio olimpico Torino 2006 (5° classificato) e il Recupero funzionale complessivo dell’Ex Lavanderia dell’Antica Certosa di Collegno ( 1997, 1°classificato).
Innumerevoli nel corso degli anni, le partecipazioni a inviti a numerose manifestazioni di settore, tra le molte si segnalano :

  • Premio speciale della Giuria della Biennale INTERIEUR ’72 a Courtrai – Belgio; 18 ottobre 1972;
  • La Biennale di Architettura di San Paolo (Brasile, giugno 1973) nella sezione Comunicazione Visuale;
  • La XV Triennale di Milano – Sezione Industrial Design – Film “La Strada”. Milano, Settembre 1973;
  • Mostra di Contro-Design “Gli Abiti dell’Imperatore” con il Progetto “Environnement Povero” – Galleria Luca Palazzoli – Milano 21 gennaio 1974;
  • Festival du Film d’Architecture, d’Urbanisme e de Creation – Nancy – con il film Controimmagine della Città, Nancy – 1975;

Lo studio, che in quel periodo aveva avuto tra i suoi fondatori l’arch. Maria Grazia Daprà Conti, docente al Politecnico di Torino, è molto attivo sul fronte dell’elaborazione teorica di un “Manifesto dell’Architettura Povera”, pubblicato nel 1972, in analogia ai temi cari all’arte povera, che nasce in quegli anni straordinariamente fecondi a Torino, chi non ricorda il nome di Giuseppe Penone su tutti, insieme a Gilardi, Zorio e molti altri.

Innumerevoli le pubblicazioni e gli articoli sui temi dell’architettura e design radicale pubblicati sulle riviste di settore quali Controspazio e Casabella, per citare le più note. Altrettanto numerosi gli articoli pubblicati su quotidiani e riviste, in particolare voglio ricordare un’articolo del 1975 “ Un magnifico Tugurio” pubblicato nella rubrica curata da Bruno Zevi per il L’Espresso, dedicata all’architettura.
Segnalo ancora la presenza di Libidarch nel Saggio Storia dell’Architettura Italiana 1944-1985 M. Tafuri, Einaudi, 1996, Milano.

Gli studi e le ricerche sui temi della città e i sui segni urbani, hanno contribuito, nel campo del design radicale, alla nascita di un prototipo di seduta modulabile “Argine” messo in produzione da Busnelli.

Ma come tutti ben sanno, tutto scorre: dopo la stagione dello sperimentalismo e dell’avanguardia, dalla teoria occorreva dedicarsi alla prassi, che ha voluto dire misurarsi con i temi della quotidianità dell’architettura: piccole ristrutturazioni, edilizia residenziale, scuole, edifici per il terziario, senza voler rinunciare ai grandi temi dell’architettura che accompagnavano il fluire del tempo.

Lo studio, nonostante la routine professionale ha continuato l’attività di partecipazione a concorsi nazionali e internazionali di architettura sui temi del recupero e disegno urbano, dell’edilizia scolastica, vincendo premi e segnalazioni. In seguito, l’attività prevalente di Libidarch si è focalizzata in particolare nel campo delicato e ricco di insidie del Restauro, dai lavori iniziali di piccola entità ( recupero dei tipici “rascard” valdostani – occorre ricordare che Edoardo Ceretto e Andrea Mascardi erano nati ad Aosta).

Successivamente, le occasioni e gli incarichi divennero sempre più prestigiosi e di grande respiro professionale, diventeranno in qualche modo la cifra disciplinare ed il tratto esclusivo dell’attività dello studio negli anni a seguire, fino alla chiusura dell’attività, avvenuta nel mese di settembre, non a caso l’ultimo lavoro, da poco ultimato riguarda il restauro degli interni e l’allestimento museale del Castello di Aymavilles ( Aosta).

La grande esperienza e sapienza disciplinare accumulata negli anni, attraverso innumerevoli partecipazioni ad importanti bandi di gara riguardanti i temi del restauro e del progetto di giardini, ha affinato il talento naturale di Edoardo per i temi a lui molto cari: dell’opera pubblica, dell’organizzazione del cantiere, delle tecniche e dei saperi anche più minuti, sulle lavorazioni, i materiali.
La cura maniacale dei dettagli costruttivi, unita all’organizzazione ferrea finalizzata al controllo di tutte le fasi di lavoro, dalla presentazione dei dossier di gara alla contabilizzazione delle opere, nulla sfuggiva all’occhio vigile e attento di Edoardo, vero cultore del saper fare bene, senza inutili fronzoli intellettualistici, il proprio mestiere di architetto.

Moltissimi i bandi vinti e i restauri ultimati, voglio solo ricordare i più importanti:

  • Il restauro conservativo del Parco di Villa Pallavicini e dei suoi monumenti, delle emergenze architettoniche e scenografiche e delle reti tecnologiche ( 1989-92 in occasione delle Colombiadi).

Sarà l’anno 1998 a consacrare la maturità professionale di Edoardo e dei suoi colleghi di Libidarch, con l’acquisizione, mediante uno straordinario “effetto domino” di ben tre importanti commesse:

  • Il primo premio e successivo incarico per il Concorso internazionale per il risanamento conservativo e adeguamento funzionale e allestimento museale di Palazzo Rosso a Genova, ( in collaborazione con Pier Luigi Cerri e Piero Castiglioni ) – per gli appassionati di architettura , come non ricordare la straordinaria scala metallica appesa, eseguita su progetto di Franco Albini, presente all’interno del Palazzo .

A seguire:

  • il restauro e la valorizzazione della Reggia di Venaria da adibire a complesso museale (in raggruppamento con Gae Aulenti, Cesare Volpiano e Fiat Engineering);
  • Il restauro e la valorizzazione dei Giardini della Reggia di Venaria, da adibire a complesso museale all’aperto (Libidarch capogruppo).

Pleonastico ricordare la straordinaria dedizione di Edoardo, in particolare nel seguire il progetto e successivo cantiere dei Giardini della Reggia: a testimoniare il suo impegno e la sua competenza, l’impresa esecutrice, i giardinieri e i collaboratori, a fine lavori, hanno voluto testimoniare la loro riconoscenza per il risultato finale raggiunto, apponendo in prossimità del “Giardino delle Rose” una targa commemorativa dedicata ad Edoardo.

Voglio concludere l’omaggio al caro amico scomparso, ricordandone l’impegno a favore dei colleghi: consigliere dell’Ordine degli Architetti di Torino per due mandati (1994/96 e 1996/98), Componente in una prima fase e in seguito Presidente della Commissione Parcelle – quando ancora esisteva e funzionava… – per almeno un decennio.

Coordinatore del Focus lavori Pubblici per un quadriennio e vicecoordinatore fino a settembre. Molte le battaglie comuni che insieme ci hanno visto coinvolti e complici in questi ultimi anni, così problematici per la nostra professione.

In particolare, conservo il ricordo delle sue qualità, molte e dei suoi difetti, molti anch’essi, come noi tutti del resto. Edoardo era una persona diretta, a volte brusca e spigolosa, ironica ma con improvvisi e repentini cambi di umore, amava il pettegolezzo tra colleghi, a volte albergava la battuta, anche greve e la risata liberatoria alla Bertoldo; potremmo dire: era una simpatica canaglia… ma una persona vera.

Caro Edoardo, ci mancherai: conoscendo il tuo gusto per la battuta e soprattutto la tua sapiente ed enciclopedica competenza normativa nel campo dei lavori pubblici: “che il comma ti sia lieve…” come quando qualche tempo fa, ad un collega che ti chiedeva un consiglio, rispondesti: “ma forse fra un po’ sarò lassù, su qualche nuvoletta”. Ora che ci penso, mi sembra di vederlo sorridere ancora una volta da lassù, sta sicuramente spettegolando sulle nostre teste.. ciao Edoardo, a riveder le stelle!

(*)
Giovanissimo studente di architettura, ho conosciuto Edoardo e i sui colleghi Andrea e Valter nel lontano 1978, mi hanno accolto nello studio con semplicità, l’avanguardia radicale era ormai finita, occorreva praticare il duro e quotidiano lavoro di architetto, lì ho praticato i primi rudimenti del mestiere e in seguito ho elaborato la mia tesi di Laurea, ho partecipato a concorsi e bandi di gara, ho collaborato ad alcuni importanti lavori; da Edoardo, Andrea e Valter ho imparato molto e molto devo a loro del mio successivo operare nel difficile e precario campo dell’architettura e del restauro.

Come spesso accade, le strade si sono divise, ci siamo ritrovati molti anni dopo, insieme, nella grande avventura per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Torino. Nel 1994 combattemmo e vincemmo la “singolar tenzone” elettorale e diventammo Consiglieri dell’Ordine, fu un periodo esaltante e ricco di avvenimenti importanti, con l’entusiasmo e la voglia di fare dei neofiti ci buttammo a capo fitto per due lunghissimi anni nel pieno della bufera del post Tangentopoli e della riforma degli Appalti ( legge Merloni e seguenti), il resto è noto.

      

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alta Velocità

Modesta proposta al presidente dell’Ordine degli Architetti di Torino:
Fedeli al motto eiunaudiano “conoscere per deliberare” chiedo al Presidente Massimo Giuntoli , di organizzare sul Tema TAV un incontro aperto alla comunità degli architetti di Torino e Provincia e all’intera cittadinanza interessata, con la partecipazione dei rispettivi rappresentanti tecnici di riferimento dei fautori e detrattori dell’opera; invitandoli ad illustrare, in un pubblico confronto e non in modo ideologico e autoreferenziale, ma con il supporto degli studi e delle analisi fin qui utilizzati, le rispettive ragioni.Ciò dovrebbe poter consentire a tutti gli interessati, ovvero la società civile, di poter raggiungere
ragionevolmente, un informata consapevolezza sulla bontà o inutilità dell’opera. Aspettiamo fiduciosi una cortese e sollecita risposta.( foto di Till Dawid Nowak )

Tra liceità e opportunità.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.(L’immagine allegata, riguarda ” l’ Allegoria del Buon Governo ” di Ambrogio Lorenzetti (1338-1339), Parete di fondo della Sala dei Nove, Palazzo Pubblico, Siena) .

Innanzitutto voglio ringraziare il collega Francone per aver postato e documentato quanto è accaduto recentemente tra il Comune di Torino e il Politecnico. Partendo dai fatti, occorre a mio parere fare alcune considerazioni aggiuntive sul tema, ormai reso esplicito in modo plastico in più occasioni: Città della Salute, le proposte progettuali per la sistemazione di via Roma, solo per citare i casi più recenti, che hanno avuto una vasta eco sui media locali e sui social. Quanto accaduto, ha testimoniato in modo palese i rapporti a volte “incestuosi” tra enti pubblici, con l’evidente scopo, a mio parere eticamente scorretto, di dare fatua visibilità ad alcune figure accademiche senza considerare che:
1.E’ cosa buona e giusta far esercitare gli studenti sulla delicata arte del progetto urbano, ma di pura esercitazione accademica si tratta e tale deve rimanere
2.Ogni illustrazione e considerazione progettuale deve riguardare esclusivamente la didattica universitaria e ogni analisi, elaborazione e successiva presentazione delle soluzioni proposte devono essere dibattute nelle aule universitarie, pagate dalla collettività con la fiscalità generale, e destinate a tale scopo.
Ciò premesso, vorrei tornare al “casus belli” ovvero sulla differenza, a mio parere, di ciò che è consentito fare (vedi l’art. 15 Legge 241 del 1990 citato nella convenzione in oggetto ) e ciò che sarebbe stato opportuno non fare, ovvero, evitare di coinvolgere le strutture del Politecnico per la revisione del Piano Regolatore di un grande Città.
L’inopportunità a mio parere, ha molte motivazioni, di vario ordine e grado che vorrei illustrare, spero con sufficiente chiarezza ai frequentatori assidui o saltuari della pagina:
1.La revisione di uno strumento urbanistico così importante, comporta necessariamente il mettere mano sull’apparato normativo che determinerà e orienterà per gli anni a venire le scelte di molteplici operatori privati, come appare del tutto ovvio, le aree di una città non sono solo di proprietà pubblica.
2.Per le ragioni citate al punto 1, pare poco opportuno, il coinvolgimento delle strutture del Politecnico in cui molti docenti, esercitano contemporaneamente la libera professione.
3.Cito testualmente la convenzione allegata al post: In particolare, il Politecnico, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 2, comma 8, del proprio Statuto, “contribuisce, attraverso la formazione e la ricerca, a un processo di sviluppo fondato su principi di coesione sociale e di sostenibilità, anche ambientale. In particolare, promuove la collaborazione tra istituzioni, al fine di favorire la crescita culturale, scientifica e
professionale della collettività”. Vorrei evidenziare il fatto che anche la comunità degli architetti liberi professionisti appartiene, a pieno titolo, alla collettività, e come tale deve avere la possibilità, non solo teorica, ma pratica, di poter partecipare attivamente, con le proprie competenze e capacità all’elaborazione di uno strumento fondamentale per il governo del territorio, come il P.R. di una grande città. E vorrei aggiungere: quale occasione più propizia per mettere in gioco: competenze, idee e professionalità di una intera comunità professionale, tramite lo strumento concorsuale, di cui molto si parla e poco si pratica.
4. Ironia della sorte: dopo aver molto dibattuto in questi ultimi anni, dell’estrema situazione di criticità dei redditi professionali, dopo la sciagurata eliminazione delle tariffe professionali, e della scarsità endemica delle occasioni di lavoro, per moltissimi colleghi, sia nel settore pubblico che privato, leggendo la convenzione allegata al post del collega Francone, si rimane interdetti e sconfortati , cito testualmente: “ La promozione e la realizzazione delle attività di collaborazione di cui agli Accordi in questione non comportano scambio di denaro o altra utilità tra le Parti. Ciascuna Parte sosterrà i costi e gli oneri derivanti dalle attività previste negli accordi. In ogni caso dall’attuazione della collaborazione non derivano nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio dello Stato e della Città e si provvede nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie previste dalla
legislazione vigente”. Il periodo sopracitato, sottende il solito mantra di carattere economicista, che viene spesso citato dai pubblici amministratori: “non ci sono soldi” e allora … meglio una convenzione oggi che un concorso domani… Debbo aggiungere che confidavo molto nel cambio di paradigma, da parte della nuova amministrazione cittadina, ma mi chiedo ora se la fiducia sia stata o meno ben riposta.
5 Vorrei finire le mie personali considerazioni citando, per paradosso, ciò che finalmente si sta muovendo sul fronte dei rapporti tra pubbliche amministrazioni e liberi professionisti in alcune Regioni italiane( Sicilia, Campania e Calabria ) in cui gli enti, stanno predisponendo nuovi atti amministrativi che garantiscano il giusto compenso professionale ( utilizzando il decreto parametri, già in uso per la predisposizione delle spese tecniche nell’ambito dei bandi di gara ad evidenza pubblica) a fronte delle prestazioni professionali svolte; estendendo la fattispecie anche sul fronte degli incarichi privati; in particolare, collegando il ritiro degli atti tecnici autorizzati, all’effettivo pagamento degli onorari da parte della committenza al professionista incaricato ( per approfondire rimando ai documenti in discussione sulla pagina facebook di Comitato Professioni Tecniche. Un suggerimento di “buone pratiche” da perseguire e da inviare alla Regione Piemonte. Il tema è davvero importante, mi aspetto che ogni collega partecipi attivamente al dibattito, insomma : internauti cosa ne pensate?

 

Open House Torino 2018: Casa Antonelli

Sabato 9 e domenica 10 giugno dalle 14 alle 19, artom & zanotti studio di architettura aprirà i propri spazi di lavoro alla curiosità dei partecipanti durante la seconda edizione di Open House Torino. Per approfondire ecco i link:

Open House Torino 2018

Casa Antonelli su Archilovers

homepage di Archiportale

Notizia

Immagini colte dalla finestra dello studio

Casa Antonelli:  

Alessandro Antonelli, anno di costruzione: 1846

Interior Design: artom & zanotti architetti associati (anita artom e carlo italo Zanotti) 1992

Si tratta di una delle opere maggiori di edilizia residenziale antonelliana, tipica casa d’affitto in corso San Maurizio angolo via Vanchiglia. Unica parte realizzata di un progetto esteso all’interno dell’isolato, che comprendeva in origine , oltre al corso S.Maurizio, la via Giulia di Barolo e la via Artisti, chiudendo il perimetro dell’edificato in progetto sulla via Vanchiglia. L’intervento in oggetto, si caratterizza per essere una sopraelevazione, interamente lignea, eseguita in un secondo tempo rispetto al sottostante palazzo, destinato ad ospitare i locali di servizio dell’appartamento inferiore, abitato dall’Antonelli stesso. I grandi spazi originari, suddivisi in singoli ambienti funzionalmente definiti, sono stati riprogettati in parte, dagli architetti Anita Artom e Carlo Italo Zanotti, per essere destinati a sede del proprio studio di architettura. Si tratta di una tipologia di riuso minimalista, attenta ad adeguare la struttura originaria alle nuove necessità senza alterarne il carattere complessivo. L’obiettivo della ristrutturazione è stato quello di creare un dialogo con l’architettura esistente, usando per così dire un tocco leggero, che trova nella sua compostezza la propria ragione d’essere e i suoi momenti di suggestione. In anni relativamente recenti, gli spazi si sono arricchiti con la creazione di un terrazzo che consente una visione estesa sui tetti della città, Superga e l’arco alpino.

 

Il Mercante di Nuvole

Il mercante di nuvole: incontro con Franco Audrito presso lo IAAD.
Grazie all’empatia e alla capacitá affabulatoria dell’illustre ospite – fondatore dello Studio65 e personalità ricca di umanità e ironia – la serata ci ha restituito uno straordinario affresco di quegli anni (1965/1969). Anni straordinari e fecondi , per chi come Audrito, giovanissimo pittore e studente della Facoltá di Architettura, influenzato dalla cultura Pop e dai movimenti artistici come il Dadaismo, decide di praticare una sana e risoluta ribellione contro l’establishment imperante: il conformismo dei costumi, la stucchevole severità e autoritarismo di molti docenti universitari presenti in Facoltá, i piú anziani ricorderanno, immagino con immutato terrore, il prof. Palozzi docente di analisi matematica. Eppure, nonostante il contesto: una Torino ancora ” città fabbrica “in bianco e nero, Audrito sogna e progetta, attraverso l’uso disinvolto del colore e dell’ironia, oggetti diventati in seguito “icone del design” radicale, un esempio su tutti il divano “bocca” conosciuto come “Marylin”.
E’ curioso constatare come proprio la Torino di quegli anni ha visto nascere importanti protagonisti del design, dell’architettura e della cultura artistica radicale: pensiamo a personaggi del calibro di Derossi, Ceretti e Rosso ( pratone); Drocco e Mello( cactus ), lo studio Libidarch; lo straordinario attivismo artistico e sociale di Piero Gilardi.
Insomma : forse si tratta di banale ” nostalgia del passato” , o forse, oggi siamo immersi costantemente , ogni giorno , in un caleidoscopico e coloratissimo mondo, molto spesso solo virtuale, sotto il quale i piú sensibili, possono scorgere un diffuso e conformistico cielo grigio. Ancora una volta, bisognerebbe attuare lo ” svelamento” del reale attraverso ogni strumento disponibile. E allora cominciamo tutti insieme ad urlare in modo liberatorio e irriverente: Il Re é nudo! W Franco Audrito!

Compensi Professionali: alcune riflessioni

 

Sul tema relativo ai compensi professionali, si è riacceso improvvisamente e “tumultuosamente” il dibattito, in particolare sulla pagina facebook di FNAILP. L’amministratore della pagina, il collega Pasquale Lino Giugliano invita i colleghi che ancora non l’avessero fatto, a firmare l’appello che ormai gira in rete da molti mesi, per chiedere il ritorno ai minimi tariffari. Da una breve lettura degli innumerevoli commenti, emergono nettamente alcune attitudini mentali: da un lato i “timorosi”, che paventano sanzioni durissime in sede europea, fustigazione e gogna pubblica, per i renitenti professionisti che non si rassegnano al turbo liberismo imperante e che si ostinano, a difendere il proprio lavoro e la propria dignità. Molti colleghi citano in particolare, che il problema vero è la scarsità di lavoro; dall’altro lato i “guerrieri”, ai quali piace “la singolar tenzone”, il battersi senza remore e paure, per difendere ad ogni costo  il proprio e sacrosanto diritto ad esercitare con dignità il proprio mestiere, ricavandone l’adeguato e giusto compenso, in funzione delle notevoli e cogenti responsabilità civili e penali, e frutto di anni di studio e aggiornamento costante della propria professionalità. Tra i “timorosi”, tra i quali mi piace citare il collega Giuseppe Scannella, il cui atteggiamento – banalizzando – è il classico ” vorrei ma non posso”,  elenca una serie di impedimenti sia legislativi, nazionali e sovranazionali, che di opportunità “politica”, propone tout court di evitare accuratamente l’uso del sostantivo “minimi”, chissà che qualcuno lassù, non si arrabbi… Ora debbo dire, ho simpatia per entrambi: sia per l’enfasi e l’entusiasmo del collega Giugliano, che per le dotte e raffinate interlocuzioni – nonostante vengano omesse alcune informazioni dirimenti sul tema –  del collega Scannella. Ma ora vi chiedo e mi domando: vogliamo dire in tutta sincerità una buona volta, senza paure e retro pensieri, cominciando con l’elencare, a mio modesto parere, quali sono state le ragioni che hanno portato all’eliminazione delle tariffe, si insisto, “tariffe”, non si tratta di una parolaccia: “ La tariffa è il prezzo di un servizio fissato da un’autorità, ente o imprese pubbliche, oppure da categorie professionali o da contratti collettivi.”

  1. Il cambio di paradigma accadde quando attraverso il recepimento di una direttiva europea, venne mutata, sciaguratamente, la figura dell’architetto, trasformandolo, ipso facto, da prestatore d’opera intellettuale a mero prestatore di un servizio economico. Di qui in avanti, sulla scia di un pensiero di carattere economicista e turbo liberista imperante, veicolato in modo sistematico attraverso un uso pervasivo e ossessivo dei media, che hanno fortemente orientato in senso negativo l’opinione pubblica nei nostri confronti, è iniziato il lungo e inarrestabile declino delle professioni intellettuali, nel nostro paese. (cito per inciso, l’altrettanto drammatica situazione economica degli avvocati)
  2. Alla gran cassa mediatica, i più anziani lo ricorderanno, si unirono in particolare con veemenza, i giornali confindustriali ( il sole 24 Ore, Edilizia e Territorio in particolare – pubblicazione di settore nata proprio in quegli anni) e l’associazione sindacale delle società di ingegneria (L’OICE) che fecero una vera e propria battaglia di parte, per depotenziare gli Ordini Professionali, accusandoli di opporsi alla liberalizzazione degli accessi e di alimentare un atteggiamento contrario alle leggi di mercato. In realtà, l’obiettivo di Confindustria era palesemente rivolto alla riduzione sistematica degli studi professionali italiani, storicamente di piccola dimensione, e ritenuti un impedimento alla ristrutturazione, in senso ultra liberista, del sistema professionale consolidato, cercando di orientare il mercato attraverso l’incremento delle Engineering, drenando in questo modo lavoro agli studi tradizionali, come in realtà è avvenuto.
  3. Le “lenzuolate” Bersaniane, nonostante la vulgata delle buone intenzioni circa l’eliminazione dei monopoli reali (Notai e Farmacisti) o inesistenti (Ordini professionali); per agevolare i “consumatori”, sono nate esclusivamente per la necessità impellente, da parte dello Stato, di ridurre le proprie spese (deficit), utilizzando il pretesto della concorrenza e delle norme europee, peraltro usate in modo scorretto e non veritiero: “ ce lo chiede l’Europa” ( lo si scoprirà in seguito). Brutalmente, occorreva recuperare denaro a qualunque costo, eliminando le tariffe professionali.
  4. La manovra di accerchiamento mediatico, ha sortito ormai i suoi nefasti effetti sull’opinione pubblica, da un lato si sono alimentate le leggende metropolitane sull’esosità delle prestazioni professionali esercitate dagli architetti, dall’altro lato, la crisi economica e la scarsità di investimenti pubblici e privati, ha ridotto il “mercato professionale” ai minimi storici, affamando letteralmente la categoria
  5. Questo ha generato nel tempo un sistematico abbassamento degli onorari professionali, sul fronte pubblico, attraverso l’uso dissennato dei ribassi ( arrivati in alcuni casi fino al 98% ) sul fronte privato, dove peraltro non vi è mai stata obbligatorietà dei “minimi”, ma la loro esistenza, consentiva quantomeno un deterrenza nei confronti del committente, senza la quale, per la nota legge di mercato della domanda e dell’offerta, non poteva che tramutarsi in una totale “deregulation”, come è di fatto avvenuto.
  6. In seguito, apparve evidente invece che “ la narrazione degli eventi” aveva colpevolmente distorto la realtà delle cose: scoprimmo con disappunto misto ad ingenuo stupore, che In Germania le tariffe professionali non vennero mai abolite. Nonostante le pressioni consistenti del sistema economico e politico di riferimento, gli Ordini difesero con decisione e si opposero fermamente alla loro eliminazione.
  7. Mi piace ricordare che La Corte di giustizia della Comunità Europea, nelle due decisioni in questione, ha affermato, sia pure con diverse motivazioni derivanti dalle particolari fattispecie oggetto di giudizio, la compatibilità con il diritto comunitario del sistema tariffario attualmente in vigore in Italia per gli architetti e gli ingegneri, (sentenza nel caso Conte del 29 novembre 2001) e per gli avvocati (sentenza nel caso Arduino del 19 febbraio 2002)  – cfr. Centro Studi Consiglio Nazionale degli Ingegneri. Una recente sentenza in sede europea, ha confermato la piena autonomia e legittimità, di un Paese della Comunità, nel decidere di legiferare in tema di tariffe professionali, nella fattispecie si trattava di una disputa riguardante le tariffe doganali di un paese membro, la Spagna).
  8. Ora la domanda : Che fare? Ciò che è accaduto in questi ultimi anni consente di formulare alcune ipotesi di lavoro da sottoporre al futuro Governo da parte dei nostri organi nazionali:

a) Ridefinizione delle competenze professionali a partire dall’individuazione, senza ambiguità, della esclusività in capo agli architetti delle prestazioni Progettuali che riguardano il campo dell’architettura, del paesaggio e del territorio in senso lato.

b) Reintroduzione di una tariffa professionale, fortemente orientata in senso prestazionale, in analogia a quella dei colleghi tedeschi, con obbligatorietà di vidimazione di congruità da parte degli Ordini, in qualità di garanti della qualità professionale dei propri aderenti.

c) Per il settore privato, obbligatorietà del pagamento della prestazione professionale, contestualmente al ritiro dell’approvazione del progetto, rendendo trasparente, ai fini fiscali, il processo di fatturazione e successivo pagamento delle prestazioni.

d) Sul fronte degli investimenti, necessari per generare lavoro, occorre incalzare con decisione il futuro Ministro delle Infrastrutture e dei Lavori Pubblici perché venga attuato, finalmente, un piano strategico di Opere Pubbliche destinato alla Difesa e messa in sicurezza del territorio e degli Edifici Pubblici, ormai obsoleti. Si cerchino gli strumenti finanziari e legislativi per attuare finalmente, la rigenerazione urbana, coinvolgendo capitali pubblici e privati.

 

 

Architettura e Potere

Conferenza EstOvest OFF 2017
Libreria Bardotto, Torino

a sinistra immagine del palazzo della civiltà itaiana all?EUR roma, a destra il titolo della conferenza

Il binomio architettura e potere ha attraversato i secoli, ma ha mantenuto intatto il suo potenziale di psicanalitica ambivalenza. Da Giulio II Della Rovere, il papa guerriero e spregiudicato committente di Raffaello, Bramante e Michelangelo, ai quali nel corso del tempo, affida, la costruzione della Basilica di S.Pietro, del Vaticano e l’esecuzione degli affreschi (la cappella Sistina).

il quadro rappresenta il Papa Giulio II, incarica Raffello,Bramante e Michelangiolo, di costruire il Vaticano e S.Pietro
Papa Giulio II (Giuliano Della Rovere, Il Papa guerriero) ordina a Bramante, Michelangelo e Raffaello di costruire il vaticano e San Pietro
Autore: Emile Jean Horace Vernet (1789 – 1863)
Data dipinto: 1827

Proprio la figura di Giulio II ben rappresenta l’archetipo di un rapporto ineludibile di reciproca necessità: il potere come capacità di agire, e come forza di weberiana memoria, contrapposto alla figura destinata all’organizzazione dello spazio a qualsiasi scala: l’architetto. Il governo e lo sviluppo della città, fin dal suo nascere, dal periodo medioevale, al governo del Sovrano, con il mito del Levitano, figura biblica, ben rappresentato nella copertina del libro del Filosofo inglese del seicento Hobbes, teorizzatore della concentrazione di ogni potere nelle mani del Sovrano, unico depositario della volontà divina, hanno necessariamente convissuto in un rapporto fatalmente conflittuale e ineludibile fino ai nostri giorni. Ogni potere, declinato nelle sue svariate forme: politica, religiosa, economica, culturale, mediatica, ha pervicacemente perseguito la propria visibilità, l’ambizione, la legittimazione e l’auto rappresentatività, attraverso il progetto e l’ edificazione di edifici e infrastrutture.

Copertina del libro del filosofo inglese seicentesco Hobbes 1651
Copertina del libro del filosofo inglese seicentesco Hobbes – 1651

A questo, simmetricamente, da sempre ogni architetto ha cercato , con ogni mezzo, l’occasione per far emergere, con il progetto, il proprio ruolo di costruttore dell’iconografia dei potenti di turno e ,spesso, ha alimentato il proprio ego, a volte smisurato, con palesi esibizionismi formali, fortemente autoreferenziali. Del resto: non esiste architetto e architettura senza committenza e viceversa. Ma in che modo, nel corso del tempo, l’ambizione del potere si è manifestata: riprendiamo, con un salto temporale, in analogia con i meccanismi del montaggio cinematografico, il nostro breve viaggio all’interno del binomio architettura e potere, iniziando il viaggio nel tempo e nello spazio con Napoleone III e il Barone Haussmann, suo contraltare sul fronte urbanistico. Attraverso lo stravolgimento del tessuto urbano parigino, egli prefigura, con “ Les Grands Travaux ” il nuovo e possente disegno urbano della grande Parigi dei Boulevards e dei fulcri spaziali quali: l’Arco di trionfo, Les Invalides, e i grandi parchi urbani ai margini della città: Bois de Boulogne e Bois de Vincennes. Le grandi trasformazioni e demolizioni, venivano giustificate, in parte, con necessità di ordine sociale e igienico sanitario, in realtà, nascevano per garantire, in via preventiva, come nel caso parigino, un controllo militare sulla città, questo non impedì i moti insurrezionali della Comune di Parigi e la caduta del secondo impero.

Il barone Hausmann e Napoleone 3° gli sventramenti per generare i grandi boulevars parigini Les Invalides, tomba di Napoleone
Parigi: Il barone Hausmann e Napoleone 3° gli sventramenti per generare i grandi boulevars parigini Les Invalides, tomba di Napoleone

 

Hitler e Speer guardano i progetti per la grande Berlino
Hitler e Speer

Se si vuole esplicitare fino in fondo, la particolarità del rapporto tra il potere e l’architettura, dobbiamo necessariamente affrontare i grandi “ISMI” del novecento: Nazismo, Fascismo e Stalinismo. L’illusione di un governo totale del mondo ha animato i deliri dei sistemi totalitari del 900. Pensiamo alle scenografie teatrali e simboliche della Germania nazista, con le sue “cattedrali di luce”, pensate da Albert Speer, l’architetto di Hitler, utilizzate nei grandi raduni di Norimberga nel 1933, connotate da una atmosfera di magica e mistica esaltazione.

Norimberga e Berlino: Ie granndindi raduni nazisti e le scenografiche architetture di luce
I grandi raduni nazisti e le scenografiche architetture di luce

Nel 1937, Il progetto della grande Berlino: Germania, caratterizzato da due assi stradali fuori scala(5 km) ispirati al cardo e decumano romani, aventi come fulcri urbani gigantesche e mostruose architetture di pietra: l’arco di Trionfo alto 120 m, la cupola della grande Halle ( 220 m di altezza, avrebbe potuto contenere 180 mila persone, adoranti e urlanti l’obbedienza al condottiero). Paradossalmente, in quelle architetture, vi sono echi dell’architettura dell’illuminismo ( Boullè e Ledoux),un neoclassicismo che utilizza forme geometriche primarie, spinte verso un ossessivo bisogno di monumentalità fuori scala, di carattere esoterico.

L'immagine rappresenta a sinistra il plastico della grande Berlino, a destra le immagini della grande Halle e in basso lArco di Trionfo
Plastico della grande Berlino, la grande Halle e l’Arco di Trionfo
A sinistra dell'immagine la copertina del libro di Krier sui progetti di A.Speer, in alto a destra: interni della nuova Cancelleria del IIIReich
Copertina del libro di Leon Krier, sulle architetture di Speer; interni della Nuova Cancelleria a Berlino, su progetto di Speer; esposizione universale di Parigi del 1937: i due padiglioni contrapposti : a sinistra la Germania, a destra L’Unione Sovietica

Simmetricamente, se messe a confronto, anche l’architettura del periodo staliniano, mantiene certi caratteri di esagerata e retorica monumentalità classicista e neorealista. Pensiamo al concorso per il Palazzo del Soviet, il progetto vincitore, tra molte polemiche, dell’architetto Boris Iofan, figura omologa a Speer sul fronte stalinista, si caratterizzava per una straordinaria e stucchevole monumentalità, con l’immancabile statua di Lenin, in cima all’edificio. Al concorso parteciparono architetti molto noti, tra i quali: Gropius , Le Courbusier, Mendelsohn significativo il confronto tra i progetti di Iofan e L.C. limpidamente modernista e antiretorico nel linguaggio e nella composizione il secondo.

A sinistra, il progetto vincitore per il Palazzo del Soviet; in alto a destra: i grattacieli staliniani per Mosca; in basso a destra: il plastico del progetto di Le Courbusier per il concorso del Palazzo del Soviet
Progetto vincitore per il Palazzo del Soviet; i grattacieli staliniani a Mosca; il modello del progetto di Le Courbusier per il Palazzzo del Soviet

Guardando gli edifici pensati e costruiti nel periodo del costruttivismo russo ( tra gli anni 20 e 30 del novecento), un movimento che ha davvero stravolto i linguaggi del passato, in ogni campo artistico: dalla poesia, alla musica, all’arte e all’architettura, in chiave decisamente contemporanea e futuribile, colpiscono gli straordinari edifici di architetti come Melnikof e Golosof, dichiaratamente modernisti e antiretorici.

Esempi di architettura costruttivista. A sinistra autorimessa; in alto a destra: casa Melnikof; in basso a destra: club operaio
Architettura costruttivista: edificio per autorimessa; casa Melnikof, club operaio.
Nell'immagine a sinistra: edificio costruttivista; a destra stazione della metropolitana di Mosca in stile neoclassico staliniano
Costruttivismo e Classismo staliniano a confronto: club operaio; metropolitana di Mosca

Anche il fascismo, come il nazismo, è stato caratterizzato dal mito della romanità e dell’impero, ma occorre dire, analizzando quanto accaduto in architettura, la qualità dei progetti e delle realizzazioni è stata senza ombra di dubbio, di qualità superiore. La grande stagione dei concorsi: finalizzati alla realizzazione di innumerevoli edifici: case del Fascio, stazioni ferroviarie, grandi edifici di carattere rappresentativo ( Palazzo dei Congressi, Palazzo della Civiltà italiana (EUR), il Palazzo della Scherma, Il Foro Italico ecc.) nonostante il clima poco favorevole alle sperimentazioni, e ricco di conformismi in ogni campo, hanno consentito l’apparizione in proscenio, di architetti di altissima qualità. Pensiamo al gruppo MIAR ( movimento italiano per l’architettura nazionale) e a Giuseppe Terragni, tra i fondatori. Pensiamo a personalità come Pagano, Figini e Pollini, Adalberto Libera, Michelucci, sul fronte romano: Luigi Moretti, Pier Luigi Nervi, straordinarie figure di ingegnere e architetto.

Nell'immaginario a sinistra, il Palazzo della,Civiltá Italiana, a destra: in alto il Palazzo dei Congressi , fronte esterno; e in basso l'interno
Eur42: Palazzo della Civiltà Italiana; Adalberto Libera, Palazzo dei Congressi: esterno e interni.

Mi piace citare, in particolare alcune architetture rilevanti in quegli anni: la casa del Fascio a Como, di Terragni,(1936) considerato il manifesto del razionalismo italiano. L’edificio la cui facciata è disegnata secondo le proporzioni della sezione aurea, emana un’espressione di classicità, come ben espresso da Gardella:          “ non in senso mimetico e storicistico , ma una classicità temporale, come volontà di cercare un ordine, una misura, una modularità, che rendano le forme architettoniche chiaramente percettibili alla luce del sole e coerenti tra loro come parti della stessa unità”.

L'immagine documenta il fronte della casa Del Fascio di Como, di Giuseppe Terragni
Giuseppe Terragni: casa del Fascio a Como

La stazione di S. Maria Novella a Firenze (1932), progettata dal un gruppo di giovanissimi architetti, guidati da Giovanni Michelucci, esempio straordinario di eleganza formale, chiarezza compositiva e colto inserimento ambientale, senza timidi mimetismi, attraverso l’uso misurato e raffinato del laterizio, del ferro e del vetro.

Immagine a sinistra: Progetto di Sant'Elia; in alto a destra: stazione dinFirenze; in basso: hangar ad Orbetello: Pier Luigi Nervi
Progetto di centrale elettrica: Sant’Elia; stazione di Firenze: Michelucci; hangar ad Orbetello: Pier Luigi Nervi

Anche a Torino, può contare, in quegli anni, in particolare tra gli anni 20 e trenta, su personaggi importanti, sul fronte del rinnovamento, in chiave razionalista, del linguaggio architettonico e compositivo. Palazzo Gualino, ne è un chiaro esempio: progettato da Giuseppe Pagano e Gino Levi Montalcini(1928/30), l’edificio, recentemente ristrutturato e reinserito nel mercato immobiliare torinese, cambiandone la destinazione d’uso originaria, è caratterizzato da volumetrie prive di ogni compiacenza decorativa, e in cui prevale la pulizia compositiva e formale della nuova architettura razionale, con stilemi Hofmaniani.

Nella foto: a sinistra Palazzo Gualino a Torino; in alto a destra: casa Malaparte a Capri, di Adalberto Libera; in basso : stazione di Firenze ( Michelucci);
Palazzo Gualino a Torino ( Giuseppe Pagano e Gino Levi Montalcini; casa Malaparte a Capri. (Adalberto Libera); stazione di Firenze.( Michelucci).

Torino, in quegli anni, è fucina di importanti iniziative culturali. Emergono alcune figure come Il mecenate Riccardo Gualino, ricco finanziere di origini biellesi, molto attivo con il suo teatro, fondato insieme a Felice Casorati, i cui interni vennero progettati da Alberto Sartoris con le decorazioni di Gigi Chessa. Nel 1928, Torino fu sede dell’Esposizione Internazionale del Valentino, Giuseppe Pagano, insieme a Perona, Levi Montalcini e Pittini, curò l’edizione del libro che raccoglieva le immagini dei padiglioni costruiti per l’occasione. Altra personalità di spicco in quel periodo, fu edoardo Persico, intellettuale napoletano, ammiratore di Gobetti, raffinato scrittore e organizzatore culturale e appassionato cultore dell’architettura razionalista.

In seguito, Giuseppe Pagano, dopo il soggiorno torinese, trasferitosi a Milano, nel 1933 diresse la rivista Casabella, e nel 1935 fu affiancato da Edoardo Persico alla direzione della rivista.

Rimanendo a Torino, chiudiamo analizzando l’edificio più significativo, sul fronte della visibilità, per la sua collocazione nel contesto urbano e in particolare, per il suo inserimento nell’area centrale e aulica della città : La torre Littoria, in piazza Castello. L’edificio, progettato nel 1933 dall’Arch. Armando Melis De Villa e dall’Ing. Giovanni Bernocco, venne realizzato nel 1934. La sua collocazione, appare provocatoriamente contrapposta spazialmente all’edificio simbolo della monarchia sabauda, il Palazzo Reale. La torre littoria ( 87 m, 109m compresa l’antenna) fu fino al 1940 l’edificio più alto d’Italia. La struttura portante è interamente in metallo saldato, vennero usati per la costruzione e le finiture, materiali d’avanguardia in quegli anni: vetrocemento, linoleum, clinker. Architettonicamente, il volume richiama alla memoria, elementi Mendelsoniani, certamente rinnega ogni mimetismo e inserimento ambientale, persegue, sia per il luogo scelto che per i materiali usati, una voluta e arrogante autoreferenzialità formale, tipica dei regimi dittatoriali. Il Melis, fu capogruppo di un raggruppamento di giovani architetti dell’epoca, che parteciparono all’Esposizione Nazionale Italiana di architettura del Valentino, tra i quali, alcuni nomi divennero in seguito, protagonisti dello sviluppo urbano e architettonico della città: Gino Levi Montalcini, Paolo Perona, Alberto Sartoris, Domenico Morelli, Mario Passanti.

A sinistra della foto: la Torre Littoria in costruzione; in alto a destra: la torre nel paesaggio di Torino; in basso: dettaglio dei balconi.
Torino: la Torre Littoria in Via Viotti a Torino.

La Grande Parigi

La grande Parigi: la città che sale… (omaggio a Boccioni e al futurismo)

17 anni per completare il piano Gran Paris
19 miliardi di investimento globale
3,5 miliardi di investimento nel corso del 2017
205 km di reti metropolitane a guida automatica (90% sotterranee)
2 milioni di passeggeri/giorno
68 nuove stazioni (con connessioni alle reti ferroviaria e aeroportuale)
37 studi di architettura coinvolti nel progetto delle stazioni
5000 nuove abitazioni nei 50 metri dalle stazioni
28 “talpe”in azione
43 milioni di tonnellate di materiale da scavo
Alcune semplici considerazioni: Parigi mi risulta essere in Francia,
la Francia, ho chiesto conferma, si trova in Europa, e pare, sembra, che abbia aderito ai vari trattati europei (Maastricht ecc., vincoli sul rapporto debito/PIL e deficit/PIL, vincoli di Bilancio). Ora voglio che mi si spieghi con parole semplici: per quale stramaledetto motivo, in questo Paese siamo sempre perennemente con le “pezze al culo”… Se vogliamo fare un parallelismo con Parigi, la vulgata racconta che un tempo, la nostra città veniva chiamata “la piccola Parigi”… ora, occorre dire, piccola lo è rimasta, ma gli investimenti hanno sempre latitato, PIL o non PIL, pareggio di bilancio in costituzione (gli unici al mondo ad averlo approvato…). 
Da noi ormai è una eterna quaresima, perché? Ai posteri…

CIZ

La casa danzante di praga
Casa Danzante – Praga 1994/1996 arch. Vlado Milunić e Frank Gehry