Open House Torino 2018: Casa Antonelli

Sabato 9 e domenica 10 giugno dalle 14 alle 19, artom & zanotti studio di architettura aprirà i propri spazi di lavoro alla curiosità dei partecipanti durante la seconda edizione di Open House Torino. Per approfondire ecco i link:

Open House Torino 2018

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Notizia

Immagini colte dalla finestra dello studio

Casa Antonelli:  

Alessandro Antonelli, anno di costruzione: 1846

Interior Design: artom & zanotti architetti associati (anita artom e carlo italo Zanotti) 1992

Si tratta di una delle opere maggiori di edilizia residenziale antonelliana, tipica casa d’affitto in corso San Maurizio angolo via Vanchiglia. Unica parte realizzata di un progetto esteso all’interno dell’isolato, che comprendeva in origine , oltre al corso S.Maurizio, la via Giulia di Barolo e la via Artisti, chiudendo il perimetro dell’edificato in progetto sulla via Vanchiglia. L’intervento in oggetto, si caratterizza per essere una sopraelevazione, interamente lignea, eseguita in un secondo tempo rispetto al sottostante palazzo, destinato ad ospitare i locali di servizio dell’appartamento inferiore, abitato dall’Antonelli stesso. I grandi spazi originari, suddivisi in singoli ambienti funzionalmente definiti, sono stati riprogettati in parte, dagli architetti Anita Artom e Carlo Italo Zanotti, per essere destinati a sede del proprio studio di architettura. Si tratta di una tipologia di riuso minimalista, attenta ad adeguare la struttura originaria alle nuove necessità senza alterarne il carattere complessivo. L’obiettivo della ristrutturazione è stato quello di creare un dialogo con l’architettura esistente, usando per così dire un tocco leggero, che trova nella sua compostezza la propria ragione d’essere e i suoi momenti di suggestione. In anni relativamente recenti, gli spazi si sono arricchiti con la creazione di un terrazzo che consente una visione estesa sui tetti della città, Superga e l’arco alpino.

 

Il Mercante di Nuvole

Il mercante di nuvole: incontro con Franco Audrito presso lo IAAD.
Grazie all’empatia e alla capacitá affabulatoria dell’illustre ospite – fondatore dello Studio65 e personalità ricca di umanità e ironia – la serata ci ha restituito uno straordinario affresco di quegli anni (1965/1969). Anni straordinari e fecondi , per chi come Audrito, giovanissimo pittore e studente della Facoltá di Architettura, influenzato dalla cultura Pop e dai movimenti artistici come il Dadaismo, decide di praticare una sana e risoluta ribellione contro l’establishment imperante: il conformismo dei costumi, la stucchevole severità e autoritarismo di molti docenti universitari presenti in Facoltá, i piú anziani ricorderanno, immagino con immutato terrore, il prof. Palozzi docente di analisi matematica. Eppure, nonostante il contesto: una Torino ancora ” città fabbrica “in bianco e nero, Audrito sogna e progetta, attraverso l’uso disinvolto del colore e dell’ironia, oggetti diventati in seguito “icone del design” radicale, un esempio su tutti il divano “bocca” conosciuto come “Marylin”.
E’ curioso constatare come proprio la Torino di quegli anni ha visto nascere importanti protagonisti del design, dell’architettura e della cultura artistica radicale: pensiamo a personaggi del calibro di Derossi, Ceretti e Rosso ( pratone); Drocco e Mello( cactus ), lo studio Libidarch; lo straordinario attivismo artistico e sociale di Piero Gilardi.
Insomma : forse si tratta di banale ” nostalgia del passato” , o forse, oggi siamo immersi costantemente , ogni giorno , in un caleidoscopico e coloratissimo mondo, molto spesso solo virtuale, sotto il quale i piú sensibili, possono scorgere un diffuso e conformistico cielo grigio. Ancora una volta, bisognerebbe attuare lo ” svelamento” del reale attraverso ogni strumento disponibile. E allora cominciamo tutti insieme ad urlare in modo liberatorio e irriverente: Il Re é nudo! W Franco Audrito!

Compensi Professionali: alcune riflessioni

 

Sul tema relativo ai compensi professionali, si è riacceso improvvisamente e “tumultuosamente” il dibattito, in particolare sulla pagina facebook di FNAILP. L’amministratore della pagina, il collega Pasquale Lino Giugliano invita i colleghi che ancora non l’avessero fatto, a firmare l’appello che ormai gira in rete da molti mesi, per chiedere il ritorno ai minimi tariffari. Da una breve lettura degli innumerevoli commenti, emergono nettamente alcune attitudini mentali: da un lato i “timorosi”, che paventano sanzioni durissime in sede europea, fustigazione e gogna pubblica, per i renitenti professionisti che non si rassegnano al turbo liberismo imperante e che si ostinano, a difendere il proprio lavoro e la propria dignità. Molti colleghi citano in particolare, che il problema vero è la scarsità di lavoro; dall’altro lato i “guerrieri”, ai quali piace “la singolar tenzone”, il battersi senza remore e paure, per difendere ad ogni costo  il proprio e sacrosanto diritto ad esercitare con dignità il proprio mestiere, ricavandone l’adeguato e giusto compenso, in funzione delle notevoli e cogenti responsabilità civili e penali, e frutto di anni di studio e aggiornamento costante della propria professionalità. Tra i “timorosi”, tra i quali mi piace citare il collega Giuseppe Scannella, il cui atteggiamento – banalizzando – è il classico ” vorrei ma non posso”,  elenca una serie di impedimenti sia legislativi, nazionali e sovranazionali, che di opportunità “politica”, propone tout court di evitare accuratamente l’uso del sostantivo “minimi”, chissà che qualcuno lassù, non si arrabbi… Ora debbo dire, ho simpatia per entrambi: sia per l’enfasi e l’entusiasmo del collega Giugliano, che per le dotte e raffinate interlocuzioni – nonostante vengano omesse alcune informazioni dirimenti sul tema –  del collega Scannella. Ma ora vi chiedo e mi domando: vogliamo dire in tutta sincerità una buona volta, senza paure e retro pensieri, cominciando con l’elencare, a mio modesto parere, quali sono state le ragioni che hanno portato all’eliminazione delle tariffe, si insisto, “tariffe”, non si tratta di una parolaccia: “ La tariffa è il prezzo di un servizio fissato da un’autorità, ente o imprese pubbliche, oppure da categorie professionali o da contratti collettivi.”

  1. Il cambio di paradigma accadde quando attraverso il recepimento di una direttiva europea, venne mutata, sciaguratamente, la figura dell’architetto, trasformandolo, ipso facto, da prestatore d’opera intellettuale a mero prestatore di un servizio economico. Di qui in avanti, sulla scia di un pensiero di carattere economicista e turbo liberista imperante, veicolato in modo sistematico attraverso un uso pervasivo e ossessivo dei media, che hanno fortemente orientato in senso negativo l’opinione pubblica nei nostri confronti, è iniziato il lungo e inarrestabile declino delle professioni intellettuali, nel nostro paese. (cito per inciso, l’altrettanto drammatica situazione economica degli avvocati)
  2. Alla gran cassa mediatica, i più anziani lo ricorderanno, si unirono in particolare con veemenza, i giornali confindustriali ( il sole 24 Ore, Edilizia e Territorio in particolare – pubblicazione di settore nata proprio in quegli anni) e l’associazione sindacale delle società di ingegneria (L’OICE) che fecero una vera e propria battaglia di parte, per depotenziare gli Ordini Professionali, accusandoli di opporsi alla liberalizzazione degli accessi e di alimentare un atteggiamento contrario alle leggi di mercato. In realtà, l’obiettivo di Confindustria era palesemente rivolto alla riduzione sistematica degli studi professionali italiani, storicamente di piccola dimensione, e ritenuti un impedimento alla ristrutturazione, in senso ultra liberista, del sistema professionale consolidato, cercando di orientare il mercato attraverso l’incremento delle Engineering, drenando in questo modo lavoro agli studi tradizionali, come in realtà è avvenuto.
  3. Le “lenzuolate” Bersaniane, nonostante la vulgata delle buone intenzioni circa l’eliminazione dei monopoli reali (Notai e Farmacisti) o inesistenti (Ordini professionali); per agevolare i “consumatori”, sono nate esclusivamente per la necessità impellente, da parte dello Stato, di ridurre le proprie spese (deficit), utilizzando il pretesto della concorrenza e delle norme europee, peraltro usate in modo scorretto e non veritiero: “ ce lo chiede l’Europa” ( lo si scoprirà in seguito). Brutalmente, occorreva recuperare denaro a qualunque costo, eliminando le tariffe professionali.
  4. La manovra di accerchiamento mediatico, ha sortito ormai i suoi nefasti effetti sull’opinione pubblica, da un lato si sono alimentate le leggende metropolitane sull’esosità delle prestazioni professionali esercitate dagli architetti, dall’altro lato, la crisi economica e la scarsità di investimenti pubblici e privati, ha ridotto il “mercato professionale” ai minimi storici, affamando letteralmente la categoria
  5. Questo ha generato nel tempo un sistematico abbassamento degli onorari professionali, sul fronte pubblico, attraverso l’uso dissennato dei ribassi ( arrivati in alcuni casi fino al 98% ) sul fronte privato, dove peraltro non vi è mai stata obbligatorietà dei “minimi”, ma la loro esistenza, consentiva quantomeno un deterrenza nei confronti del committente, senza la quale, per la nota legge di mercato della domanda e dell’offerta, non poteva che tramutarsi in una totale “deregulation”, come è di fatto avvenuto.
  6. In seguito, apparve evidente invece che “ la narrazione degli eventi” aveva colpevolmente distorto la realtà delle cose: scoprimmo con disappunto misto ad ingenuo stupore, che In Germania le tariffe professionali non vennero mai abolite. Nonostante le pressioni consistenti del sistema economico e politico di riferimento, gli Ordini difesero con decisione e si opposero fermamente alla loro eliminazione.
  7. Mi piace ricordare che La Corte di giustizia della Comunità Europea, nelle due decisioni in questione, ha affermato, sia pure con diverse motivazioni derivanti dalle particolari fattispecie oggetto di giudizio, la compatibilità con il diritto comunitario del sistema tariffario attualmente in vigore in Italia per gli architetti e gli ingegneri, (sentenza nel caso Conte del 29 novembre 2001) e per gli avvocati (sentenza nel caso Arduino del 19 febbraio 2002)  – cfr. Centro Studi Consiglio Nazionale degli Ingegneri. Una recente sentenza in sede europea, ha confermato la piena autonomia e legittimità, di un Paese della Comunità, nel decidere di legiferare in tema di tariffe professionali, nella fattispecie si trattava di una disputa riguardante le tariffe doganali di un paese membro, la Spagna).
  8. Ora la domanda : Che fare? Ciò che è accaduto in questi ultimi anni consente di formulare alcune ipotesi di lavoro da sottoporre al futuro Governo da parte dei nostri organi nazionali:

a) Ridefinizione delle competenze professionali a partire dall’individuazione, senza ambiguità, della esclusività in capo agli architetti delle prestazioni Progettuali che riguardano il campo dell’architettura, del paesaggio e del territorio in senso lato.

b) Reintroduzione di una tariffa professionale, fortemente orientata in senso prestazionale, in analogia a quella dei colleghi tedeschi, con obbligatorietà di vidimazione di congruità da parte degli Ordini, in qualità di garanti della qualità professionale dei propri aderenti.

c) Per il settore privato, obbligatorietà del pagamento della prestazione professionale, contestualmente al ritiro dell’approvazione del progetto, rendendo trasparente, ai fini fiscali, il processo di fatturazione e successivo pagamento delle prestazioni.

d) Sul fronte degli investimenti, necessari per generare lavoro, occorre incalzare con decisione il futuro Ministro delle Infrastrutture e dei Lavori Pubblici perché venga attuato, finalmente, un piano strategico di Opere Pubbliche destinato alla Difesa e messa in sicurezza del territorio e degli Edifici Pubblici, ormai obsoleti. Si cerchino gli strumenti finanziari e legislativi per attuare finalmente, la rigenerazione urbana, coinvolgendo capitali pubblici e privati.